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Parlare di musica non è una cosa facile soprattutto oggi dove sembra che ci sia tanta gente che se ne occupa, ci sono tanti che ne parlano, forse troppi e con troppa facilità, ma avendo dedicato buona parte della mia esistenza a cercare di impare qualcosa in questo campo, penso che qui io possa permettermi di dire quello che ne penso, senza alcuna ipocrisia.... e poi se state leggendo questa pagina, forse vi incuriosirà sapere qual'è il mio pensiero.

Allora.....

Il ruolo del musicista all'interno di un gruppo di individui, una società è sempre stato molto importante fin dagli inizi della storia dell’uomo, agli inizi era sicuramente meno canonizzato da regole e nasceva quasi spontaneamente forse per un’esigenza insita proprio nella nostra natura, chissà..... poi con il passare del tempo e con l'evoluzione della società verso modelli sempre più complessi ed interaggenti tra loro, ha subito un graduale cambiamento fino ad essere inquadrato in regole sempre più complicate e dettate dall’evolversi della musica stessa nel tempo ed all’interno delle varie culture.
Questo fatto ha generato nel tempo che, le tradizioni di ogni singolo luogo o gruppo umano, venissero a creare i presupposti per far nascere degli stili musicali spesso molto diversi tra loro ma rispecchianti la cultura e le tradizioni di ogni singola popolazione, per cui i musicisti che si sono tramandati questi stili hanno sviluppato, comportamenti e tecniche strumentali, a volte molto diverse e personali.
Con la scoperta e la colonizzazione dei nuovi continenti, a partire dalla fine 1400, piano piano molte tradizioni musicali si sono fuse tra loro creando nuovi stili e nuovi modelli musicali, la musica brasiliana o il blues nord americano ne sono un esempio.
Questa interazione continua, poi oggi grazie alla globalizzazione sta assumendo aspetti a volte anche curiosi, non ci sarebbe nulla di strano a pensare ad un gruppo Iraniano che suoni il blues, ormai credo che valori e peculiarità di singole culture lontane dalla propria possano essere comprensibili ed assimilabili da tutti gli abitanti del pianeta indistintamente dalla loro collocazione geografica, politica, religiosa. Certo ci sono e ci sono stati forse momenti più prolifici e qualitativamente migliori, ma questa, chiamiamola evoluzione, continuerà a mio avviso per sempre e sarà condizionata sempre di più dalle nuove tecnologie che aiuteranno i musicisti ad esprimersi ed a scambiarsi le proprie intuizioni.

La mia nascita come musicista è stata condizionata ovviamente dal periodo storico-culturale e dall'ambiente nel quale ho cominciato ad avvicinarmi alla musica, prima come semplice fruitore, poi piano piano come strumentista diventando col tempo da semplice passione un vero e proprio lavoro.
A casa mia, quando ero un bambino, stiamo parlando degli anni ’50, la musica si ascoltava alla radio o al massimo su un vecchio giradischi, poi negli anni sessanta con la scoperta della musica “beat”, dei Beatles (tanto per fare un nome) e di tutto il fenomeno musicale di quel periodo, il mio interesse per la musica assunse un aspetto più profondo, più serio.
La pura casualità mi ha portato abbastanza giovane ad entrare in contatto con il mondo professionale e discografico italiano degli anni settanta, anche se questa cosa ha indubbiamente condizionato la mia visione di alcuni aspetti della professione di musicista, io ho sempre cercato di non soffocare mai la parte più istintiva, viscerale, animalesca delle mie intuizioni, nelle scelte sia artistiche che professionali.
Questo aspetto è e rimane per me una cosa molto importante, volendo dire che, anche se si devono a volte accettare e condividere obblighi sia musicali che di rapporti con gli altri musicisti con i quali si collabora, la prorpia visione del modo di fare musica deve rimanere sempre e comunque prioritaria, è l’unico modo per poter esprimere le proprie capacità, se se ne hanno, bisogna avere sempre chiara la linea che delimita un civile compromesso professionale dalla spersonalizzazione della propria identità, e tutto questo deve è può avvenire sempre nel più profondo rispetto delle altrui idee e personalità.

La scelta di uno strumento può essere a volte casuale, per me è stato così, avevo iniziato ad avvicinarmi alla musica pensando ad uno strumento ritmico, il tempo (in senso metronometrico) ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale nel mio concetto generale della musica, poi però mi cominciò a mancare l’aspetto armonico e mi avvicinai alla chitarra ed infine approdai al pianoforte.
Non credo ci sia molto da aggiungere su cosa voglia significare lo studio e le potenzialità che questo strumento mette a disposizione a chi se ne innamora.
Il mio percorso nell’ambito di questa scelta, è stato condizionato dalla continua e costante evoluzione della tecnologia nel settore degli strumenti musicali, a cominciare dall’invenzione dell’organo Hammond (che estiteva già quando sono nato, sia ben chiaro….!!!) la cui sonorità mi ha stregato dalla prima volta che l’ho ascoltato e che non smetterà mai di stimolarmi, fino ad arrivare all’uso degli attuali virtual instruments che danno, a chiunque sappia usarli con criterio e buon gusto, una potenzialità espressiva mai avuta nel passato.
Credo che per potersi esprimere un musicista debba liberarsi, a volte, dalla limitazione che un determinato strumento gli impone, nel senso, che ad esempio un pianoforte o una chitarra hanno delle sonorità meravigliose ma spesso limitano il campo espressivo alle peculiarità meccaniche dello strumento stesso, poter spaziare tra tutta le frequenze udibili dall’orecchio umano per riuscire a creare sensazioni sempre diverse, è una cosa che mi ha sempre affascinato moltissimo. La tecnologia elettronica ha aiutato non poco questa ricerca di nuove sonorità, creando strumenti musicali sempre nuovi e con possibilità enormi, i sintetizzatori ne sono un bell’esempio, da quando queste macchine sono entrate a far parte della strumentazione di un musicista le potenzialità di quest’ultimo sono aumentate a dismisura.


......continua.......